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quarta copertina

    Postdigitale
    Conversazioni sull'arte e le nuove tecnologie
    2008
    pp. 120 + 8, cm. 22
    Author: Maurizio Bolognini
    Language: Italiano
    Publisher: Carocci Editore, Roma
    ISBN: 978-88-430-4739-0

    nelle librerie dal 3 ottobre

 

Digimag, 37, 2008:
"Il libro ripercorre e documenta diversi anni di ricerche e scambi teorici di Bolognini con altri artisti, curatori, critici, storici. [...] Il linguaggio limpido, l'urgenza di stimolare il pensiero critico partendo da informazioni, nomi, progetti [...]. Con assoluta noncuranza per confini di contesto, Bolognini mischia il diavolo con l'acqua santa, guru dell'etica hacker e del copyleft con guru del collezionismo, accademici acclamati con enfants prodiges delle modificazioni genetiche. Bolognini stesso ci spiega perch� nell'introduzione di questo testo/ricerca. L'arte che si basa sull'uso delle tecnologie � arrivata a una svolta, dopo una prima fase pionieristica. [...] E' quindi questo il momento d far riflettere gli addetti ai lavori dell'arte –  dall'interno dell'esperienza effettuale del producer e non della costruzione teorica del critico –  su cosa significa digitale (si veda la conversazione con Simonetta Lux in cui l'autore spiega in maniera incredibilmente semplice ed illuminante la differenza tra analogico e digitale) e che razza di artista � quello che pensa al funzionamento degli strumenti che usa....." (Lucrezia Cippitelli)

Indice

Prefazione / Preface

1. Arte e nuove tecnologie
Conversazione con Simonetta Lux
1.1. Analogico e digitale - 1.2. Installazioni come officine - 1.3. Antivirtuale: centralit� del dispositivo - 1.4. Artisti, scienziati, attivisti: verso un'arte postdigitale - 1.5. Artisti tecnologici: l'estetica della macchina - 1.6. Realtà virtuale, animazione 3D - 1.7. Attivismo digitale: dal gioco identitario alla disobbedienza civile - 1.8. Festival, musei e la questione dello schermo

2. Macchine programmate: l'infinito fuori controllo

Conversazione con Sandra Solimano
2.1. Caso, intelligenza artificiale, intelligenza collettiva - 2.2. Il pubblico e il dispositivo - 2.3. Immateriale/materiale - 2.4. Arte e computer - 2.5. Atlas 2 e Museophagia Planet Tour

3. Infoinstallazioni
Conversazione con Domenico Scudero
3.1. Infoinstallazioni/videoinstallazioni - 3.2. Reti e disintermediazione

4. Arte tecnica, tecnologica, neotecnologica 
Conversazione con Mario Costa
4.1. Dalla tecnica alle nuove tecnologie - 4.2. L'estetica neotecnologica

5. Arte telematica 
Conversazione con Roy Ascott
5.1. Arte tecnoetica: coscienza e reti di telecomunicazione - 5.2. Immersione e distanza critica: dagli sciamani alle nanotecnologie

6. Bioestetica e arte transgenica 
Conversazione con Eduardo Kac
6.1. Cloni, chimere e creature transgeniche - 6.2. Bioarte, interazione e responsabilit� etica

7. Ars Electronica e dintorni 
Conversazione con Gerfried Stocker
7.1. Il Festival, il Museo, i laboratori - 7.2. Tecnologie digitali e sistema dell'arte - 7.3. Interattivit�, robotica, telecomunicazioni - 7.4. Il Festival e il caso Linz

8. Software, brevetti, copyright 
Conversazione con Richard Stallman
8.1. Free software, copyright/copyleft - 8.2. Software e democrazia - 8.3. Software e brevetti

9. Collezionismo e storia dell'arte 
Conversazione con Enrico Pedrini
9.1. Istituzioni e storia dell'arte - 9.2. Avanguardie e collezionismo - 9.3. Nuove tecnologie

10. Arte, new media, democrazia
Conversazione con Francesca Conte
10.1. Software art, estetica della programmazione - 10.2. New media e democrazia

11. Arte e globalizzazione 
Conversazione con Shigeki Nagashima 
11.1. Globalizzazione e omologazione - 11.2. Luoghi espositivi


da M. Bolognini, Postdigitale, Carocci, Roma 2008, pp. 7-10

Prefazione

Forse c’è un motivo in più per pubblicare oggi un libro sull’arte e le "nuove tecnologie". Naturalmente queste ultime – non solo le bio- e le nanotecnologie, ma le tecnologie digitali, che sono entrate nella produzione artistica ormai da molti anni – continuano a porre questioni irrisolte, alimentando un dibattito tra i più interessanti all’interno dell’arte. Ma a questo si aggiunge una seconda ragione più attuale: la parte più rilevante dell’arte neotecnologica, cioè quella legata alle tecnologie digitali, sembra ormai trovarsi a un punto di svolta, e tutto fa pensare che la produzione artistica stia entrando in una fase postdigitale, o postelettronica.
Si potr� obiettare che i musei non hanno ancora metabolizzato l'arte digitale, o che i festival dedicati a quest'arte, pur avendo perso vitalità negli ultimi anni, continuano ad attrarre pubblico. E tuttavia diversi elementi evidenziano che si sta aprendo una nuova stagione:
— innanzitutto la stessa diffusione delle tecnologie digitali all’interno della produzione artistica, al punto che molti artisti, anche quelli più lontani dalle suggestioni neotecnologiche, si trovano ad usarle;
— in secondo luogo la diffusione ai margini della produzione artistica (si pensi alla stessa net art, che è spesso indistinguibile da molti contenuti on-line – per esempio su YouTube o MySpace – prodotti da soggetti che non manifestano intenzioni artistiche; oppure si pensi al design generativo);
— infine lo spostamento della parte più sperimentale della ricerca verso altri territori (come le biotecnologie e le nanotecnologie), pur con l’importante eccezione di alcuni lavori di ibridazione di tecnologie digitali diverse.

Muovendo da queste considerazioni mi è sembrato utile raccogliere qui alcune conversazioni sull’arte neotecnologica, tutte condotte nel corso degli ultimi tre anni, dunque abbastanza recenti da guardare alle diverse questioni dal punto di vista dell’attuale prospettiva postdigitale. Alcune delle conversazioni sono legate alla mia stessa esperienza nell’uso artistico delle tecnologie digitali e sono state fatte in occasioni diverse: una presentazione all’Università "La Sapienza" di Roma (conversazione con Simonetta Lux), una mostra al Museo di Arte Contemporanea di Genova (con Sandra Solimano), una al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma (con Domenico Scudero), un’intervista per RAI International (con Francesca Conte), e un convegno sulle identità locali e i processi di globalizzazione della World Society of Ekistics (con Shigeki Nagashima).
Altre conversazioni hanno coinvolto alcuni dei protagonisti (artisti e teorici) del dibattito sulle questioni trattate: il rapporto tra produzione artistica e sviluppo tecnologico è affrontato con Mario Costa, teorico del "sublime tecnologico" e direttore di Artmedia; l’arte telematica e la questione dell’"autore distribuito" sono discusse con Roy Ascott, artista che ha anticipato queste tematiche e la poetica del networking dagli anni Ottanta; l’uso artistico delle biotecnologie è oggetto di una conversazione con Eduardo Kac, a cui si devono i primi esperimenti significativi e la stessa definizione di arte transgenica; con Richard Stallman, coautore del sistema operativo GNU-Linux, promotore del copyleft e della Free Software Foundation, sono analizzate alcune questioni poste dalle tecnologie digitali riguardanti la proprietà intellettuale, il copyright e i brevetti; alcuni problemi del collezionismo sono discussi con Enrico Pedrini, la cui raccolta è considerata tra le più interessanti nell’arco che va da dada, fluxus, minimal art, arte concettuale, fino a tendenze recenti; la funzione dei festival e il loro rapporto con le tradizionali istituzioni dell’arte vengono esaminati con Gerfried Stocker, direttore di Ars Electronica, il centro austriaco di Linz diventato da alcuni anni uno dei luoghi di riferimento per molta parte delle arti neotecnologiche. 
Alcune di queste conversazioni sono inedite, altre sono state pubblicate su varie riviste in Italia e in Francia, ma contribuiscono a tracciare qui un quadro d’insieme che le singole conversazioni non potrebbero dare.

Nell’introdurre questa raccolta vorrei sottolineare alcune persistenti difficoltà nella comprensione di quest’area della ricerca artistica pur straordinaria (per le questioni che affronta e per i mezzi di cui dispone). Ci sono alcuni luoghi comuni molto resistenti nel discorso sull’arte che non si accordano con l’arte neotecnologica. E, d’altro canto, anche la definizione di quest’arte da parte dei suoi stessi attori spesso non ne favorisce la comprensione. In questa prefazione vorrei accennare brevemente a entrambi gli aspetti, in modo che sia chiaro al lettore da quale prospettiva e con quali premesse sono state affrontate le diverse questioni:
— Il primo luogo comune, ancora presente dopo molti anni, è che le nuove tecnologie si possano identificare con la "multimedialità" e dunque con quella eterogenea produzione comunicativa e visiva che – si sostiene – deriva da un approccio ormai indifferenziato alle tecniche, che dalla pop art in poi sarebbero state tutte ugualmente legittimate e messe sullo stesso piano. Mi sembra che questa convinzione, pur radicata, possa valere per le tecnologie di registrazione e riproduzione (audio e video), ma certamente non vale per le tecnologie di comunicazione e programmazione – le reti, i computer –, che implicano una profonda discontinuità rispetto al passato e sono all’origine della rivoluzione digitale, anche nell’arte. E così, per esempio, non sorprende di trovare, anche in mostre importanti, computer usati come tecnologie di riproduzione, per memorizzare immagini o per selezionarle casualmente, e invece ignorati per quello che sono, cioè innanzitutto delle macchine generative.
— Un secondo luogo comune (che discende solo in parte dal primo) è che nella ricerca artistica non ci sia più possibilità di scelta e di radicalità. Tutto sarebbe indifferenziato e agli artisti non resterebbe che esprimersi in modo personale e frammentario. Si tratta di un atteggiamento che ha consentito all’arte nella sua versione postmoderna di accrescere la propria funzione critica attraverso un continuo processo di creazione/distruzione di significati. Ma d’altra parte questo stesso atteggiamento ha portato a trascurare il fatto che le tecnologie digitali introducono nella sperimentazione artistica alcune questioni forti, legate alla stessa natura dei nuovi media, all’intelligenza artificiale, alla democrazia elettronica, al coinvolgimento del pubblico attraverso forme di interazione più sofisticate, alla delega alla macchina di alcune funzioni creative... Non è chiaro come si possa trascurare tutto questo e però pretendere che l’arte sia considerata uno strumento essenziale per la comprensione del presente.

Poi ci sono i riti e i luoghi comuni, non meno radicati, all’interno dell’arte neotecnologica, che ha avuto i suoi spazi (i festival e la stessa comunicazione di rete) al di fuori e ai margini del sistema dell’arte. Mi limito a indicarne alcuni:
— Si tende a considerare l'arte neotecnologica come un'area di ricerca omogenea anche se variegata: software art, net art, telerobotica, installazioni di realt� virtuale ecc. E' vero che quasi tutti gli artisti neotecnologici hanno un denominatore comune: il rapporto autoreferenziale con le nuove tecnologie, che discende dalla constatazione di trovarsi all'interno di una trasformazione epocale determinata dallo stesso sviluppo tecnologico. Ma questo non � sufficiente per identificare un'area di ricerca omogenea. In realt� gli artisti neotecnologici si muovono in un campo polarizzato da tre diversi elementi: 1) il sistema dell'arte, 2) la ricerca scientifica e industriale e 3) l'attivismo politico-culturale sui media. La distanza da ciascuno di questi � un criterio essenziale per capire la produzione artistica neotecnologica: ci sono differenze profonde tra gli artisti "scienziati", gli artisti "attivisti" e gli artisti tecnologici che si trovano più vicino al sistema dell'arte, e di queste é necessario che si cominci a rendere conto. Anche perché, dopo oltre vent'anni di ricerca, i giochi sembrano ormai fatti e si tratta di fare chiarezza evitando che tutta l'arte neotecnologica finisca per avere le etichette, già abusate, della net art o della software art, magari confuse con le proprie manifestazioni pi� commerciali.
— L’arte neotecnologica viene spesso identificata con l’hi-tech. La mia convinzione è che invece i lavori veramente innovativi non siano quelli che utilizzano le tecnologie più sofisticate ma, al contrario, quelli che si basano su un’elaborazione povera e sullo svuotamento del mezzo, vale a dire sulla sua attivazione a vuoto, sulla riduzione all’essenza, sul funzionamento ai minimi termini, cioè su procedimenti ereditati dalle stesse avanguardie del Novecento. Questa parte della ricerca può non avere grande visibilità perché non sempre produce lavori adatti ai festival, ma è in quest’area che si trovano le cose più interessanti.
— Un altro luogo comune ha indicato per lungo tempo la virtualità come uno degli elementi qualificanti dell’arte neotecnologica, fino a farne quasi un sinonimo. Anche questo può essere fuorviante. In alcuni casi quest’arte è tutto meno che "virtuale": ci sono lavori in cui viene messo al centro il "dispositivo" e questa è la premessa per lo sviluppo di un’arte effettuale che sposta la ricerca sul piano della "realtà" e del suo "funzionamento". Per esempio le mie installazioni di Macchine programmate costruiscono effettivamente dei flussi di immagini potenzialmente infinite, che sono immateriali ma reali, cioè dotate di un’esistenza autonoma dall’osservatore.

Questi sono alcuni dei punti trattati nelle conversazioni. Naturalmente il carattere occasionale di ciascuna conversazione non consente di affrontare tutte le questioni in modo sistematico. Ma spero che il concreto riferimento alla mia esperienza personale e la partecipazione di alcuni dei più straordinari protagonisti della ricerca artistica e teorica, che ringrazio, possano contribuire a far emergere un quadro realistico e non di maniera.   

Settembre 2007

from M. Bolognini, Postdigitale, Carocci, Roma 2008, pp. 7-10

Preface

Perhaps there is one reason more to publish a book on art and the "new technologies" today. The first reason, of course, is that the new technologies – not only bio- and nanotechnologies, but also the digital technologies which entered artistic production many years ago – continue to pose unsolved issues, feeding a debate which is among the most interesting in the world of art. But there is a second more topical reason: the most important area of neotechnological art, that is, the area linked to the digital technologies, seems now to be at a turning point, and everything points to the fact that artistic production is entering a post-digital or post-electronic phase.
One might argue that museums have not yet metabolised digital art, or that festivals dedicated to this art continue to attract spectators despite having lost some vitality during the last few years. Nevertheless, there are various indications that a new season is about to begin:
—  firstly, the spread of digital technologies in artistic production, to the point where many artists, even those otherwise unresponsive to the fascination of neotechnology, find themselves using it;
— secondly, the spread at the margins of artistic production (one need only think of net art, which is often indistinguishable from much online content – for example, YouTube or MySpace – produced by people who have no artistic intentions; or one can also think of generative design);
— finally, the shift of more experimental research towards other territories (such as biotechnologies and nanotechnologies), even with the important exception of some works which are hybridisations of different digital technologies.

Starting from these reflections, I felt it would be useful to bring together in this book some conversations on neotechnological art, all held in the course of the last three years, in other words recent enough to look at the various issues from the present post-digital perspective. Some of the conversations revolved around my own experience in the artistic use of digital technologies and were held on various occasions: a presentation at the University “La Sapienza” of Rome (conversation with Simonetta Lux), an exhibition at Genoa’s Museum of Contemporary Art (with Sandra Solimano), at Rome’s Laboratory Museum of Contemporary Art (with Domenico Scudero), an interview for RAI International (with Francesca Conte), and a conference on local identity and the processes of globalization held by the World Society of Ekistics (with Shigeki Nagashima).
Other conversations involved some of the leading figures (artists and theorists) in the debate about the issues addressed: the relationship between artistic production and technological development is faced with Mario Costa, theorist of the "technological sublime" and director of Artmedia; telematic art and the question of "distributed authorship" are discussed with Roy Ascott, an artist who has been anticipating these themes and the poetics of networking since the 1980s; the artistic use of biotechnologies is the subject of a conversation with Eduardo Kac, the author of the first significant experiments and the very definition of transgenic art; some issues posed by the digital technologies regarding intellectual property, copyright and patents are analysed with Richard Stallman, co-author of the GNU-Linux operating system, promoter of copyleft and the Free Software Foundation; some of the problems of collectionism are discussed with Enrico Pedrini, whose collection is considered to be one of the most interesting in the range that spans from dada, fluxus, minimal art and conceptual art right up to recent tendencies; the function of festivals and their relationship with the traditional institutions of art are examined with Gerfried Stocker, director of Ars Electronica, the Austrian centre in Linz which for some years now has been one of the points of reference for much of neotechnological art.
Some of these conversations are unpublished, others came out in reviews in Italy and France; together they help to paint an overall picture which the individual conversations would be unable to give.

In introducing this collection I would like to emphasise some of the enduring difficulties in understanding this area of extraordinary artistic research (extraordinary because of the issues it addresses and the means it has at its disposal). There are in fact some resilient commonplaces in art discourse which are in conflict with neotechnological art. And, equally, even the definition of this art given by some of its own players often stands in the way of understanding. In this preface I would like to briefly point out both aspects, so that it is clear to the reader from which perspective and on the basis of which premises the various issues have been addressed:
— The first commonplace, still present after many years, is that the new technologies can be identified with "multimedia" and hence with that heterogeneous communicative and visual production which – it is maintained – derives from a now undifferentiated approach to techniques, which from pop art onwards have all been equally legitimised and put on the same plane. It seems evident that while this deeply-rooted conviction may apply to recording and reproduction technologies (audio and video), it certainly does not apply to the technologies of communication and programming – networks and computers – which imply a radical discontinuity with the past and are at the origin of the digital revolution, also in art. And so, for example, it is not strange to find, even in important exhibitions, computers used as reproduction technologies, to memorize or randomly select images, whereas they are ignored for what they are, that is, above all generative machines.
— A second commonplace (which derives only in part from the first) is that there is no longer any possibility of choice or radicality in artistic research. Everything is undifferentiated and all artists have to do is to express themselves in a personal and fragmentary way. This attitude has allowed the post-modern version of art to heighten its own critical function through a continuous process of creation/destruction of meaning. But this attitude amounts to ignoring the fact that digital technologies introduce into artistic experimentation strong issues which are connected to the very nature of the new media, to artificial intelligence, to electronic democracy, to the involvement of the public through more sophisticated forms of interaction, to the delegation of some creative functions to the machine… It is not clear how one can ignore all this and still expect art to be considered an essential instrument for the understanding of the present.

Then there are some equally deeply-rooted rituals and commonplaces inside neotechnological art, which has had its spaces (festivals and even net communication) outside and at the margins of the art system. I shall point out only a few:
— Many tend to consider neotechnological art as an area of research that is variegated but basically homogeneous: software art, net art, telerobotics, virtual reality, etc. It is true that nearly all neotechnological artists have one common denominator: a self-referential relationship with the new technologies, the result of finding oneself inside an epoch-making transformation determined by technological development itself. But this is not sufficient to identify an area of homogeneous research. In reality, neotechnological artists move in a field that centres on three different elements: 1) the art system, 2) scientific and industrial research and 3) politico-cultural activism in the media. The distance from each of these is an essential criterion for understanding neotechnological artistic production: there are profound differences between "scientist-artists", "activist-artists" and technological artists who find themselves closer to the art system, and we need to become aware of these. This is important because, after more than twenty years of research, we need to get some clarity and ensure that all neotechnological art does not end up bearing the already misused labels of net art or software art, and perhaps even confused with more commercial manifestations.
— Neotechnological art is often identified with hi-tech. My conviction is that the truly innovative works are not those that use the most sophisticated technologies but rather those based on poor processing and depletion of means, that is, on their own empty activation, on reduction to essence, on minimal functioning, in other words, on procedures inherited from the avant-gardes of the twentieth century. This part of research may have a low profile because it does not always produce works designed for festivals, but some of the most interesting things are to be found in this area.
— Another commonplace has long identified virtuality as one of the defining elements of neotechnological art, almost to the point of making the two synonymous. This, too, can be misleading. In some cases this art is everything other than "virtual": there are works which put the "device" at the centre and this is the premise for the development of an effectual art that moves research onto the plane of "reality" and its "functioning". For example, my installations of programmed machines effectively construct flows of potentially infinite images, which are non-material but real, that is they are endowed with an existence independent of the observer.

These are some of the points dealt with in the conversations. Naturally the occasional character of the conversations means that they cannot address all the issues systematically. Yet I hope that the concrete reference to my personal experience and the participation of some of the most extraordinary protagonists of artistic and theoretical research – whom I would hereby like to thank – can contribute to painting a realistic and unmannered picture.

September 2007


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