Lenor Essenze d'Italia

Il territorio come brand: cosa il vino può imparare da Lenor “Essenze d’Italia”

Nel mondo del vino, il territorio è da sempre uno degli asset più potenti. Ne parliamo continuamente: terroir, denominazioni, identità locali. Eppure, vale la pena fermarsi un momento e porsi una domanda scomoda: siamo ancora capaci di comunicarlo in modo efficace?

Perché se allarghiamo lo sguardo oltre il nostro settore, scopriamo qualcosa di curioso. Esistono brand che riescono a vendere il “territorio” in modo estremamente efficace… pur non avendone uno reale.


Quando un consumatore sceglie una bottiglia di vino, in realtà non sta acquistando solo un prodotto. Sta acquistando un immaginario. Nomi come Barolo, Champagne o Etna evocano immediatamente un insieme di significati: prestigio, autenticità, paesaggio, cultura, stile di vita. Il territorio funziona come una vera e propria marca collettiva, capace di trasferire valore ancora prima dell’assaggio.

Eppure, questo valore viene spesso comunicato attraverso un linguaggio che rischia di essere distante: tecnico, specialistico, talvolta autoreferenziale. Un linguaggio che parla molto bene a chi è già dentro il mondo del vino, ma meno a chi vi si avvicina con curiosità o semplice desiderio di piacere. Ed è qui che il confronto con altri settori diventa illuminante.

Recentemente, Procter & Gamble ha lanciato una campagna per Lenor Essenze d’Italia che, a prima vista, ha poco a che fare con il vino. Si tratta di un ammorbidente. Ma il modo in cui viene raccontato è sorprendentemente vicino alle logiche dell’enogastronomia.

Lenor Essenze d'Italia

La campagna prende alcune delle località più iconiche d’Italia—Capri, Portofino, Amalfi, Firenze, Siracusa, Polignano—e le trasforma in fragranze. Il messaggio è semplice: “Indossa la tua Essenza d’Italia”. Non si tratta più di un prodotto funzionale, ma di un’esperienza. Non si compra un ammorbidente, si “indossa” un luogo.

Qui emerge un paradosso interessante. Il vino ha un legame autentico e profondo con il territorio, costruito su secoli di storia, cultura e produzione. Lenor, al contrario, costruisce un territorio completamente simbolico. Eppure, riesce a comunicarlo in modo più immediato, accessibile e desiderabile.

La differenza sta tutta nel linguaggio.

Lenor non spiega i luoghi, li evoca. Non entra nel dettaglio, ma lavora sull’immaginazione. Trasforma un gesto quotidiano in un piccolo viaggio sensoriale. E lo fa con un codice contemporaneo: visivo, emozionale, diretto.

Il vino, invece, spesso percorre la strada opposta. Racconta il territorio attraverso dati, specifiche, micro-differenze. Elementi fondamentali, certo, ma che non sempre coincidono con ciò che il consumatore cerca davvero. Chi beve vino, nella maggior parte dei casi, non è alla ricerca di una lezione, ma di un’esperienza. Vuole capire, ma senza sentirsi escluso. Vuole scegliere, ma senza sentirsi giudicato.

La vera lezione, allora, non è che il vino debba semplificarsi o rinunciare alla propria profondità. Al contrario, il punto è imparare a tradurre questa complessità in qualcosa di più accessibile. Non meno ricco, ma più condivisibile.

In fondo, il territorio nel vino è già tutto ciò che altri brand cercano di costruire artificialmente: identità, storia, unicità. Ma oggi questo non basta più. Non basta avere un territorio, bisogna saperlo raccontare in modo rilevante per chi ascolta.

Forse il passaggio da fare è sottile ma decisivo: smettere di parlare del territorio come se fosse un contenuto da spiegare, e iniziare a usarlo come un’esperienza da far vivere. Perché, alla fine, il valore non sta solo nell’origine, ma nella capacità di renderla significativa. E se un ammorbidente riesce a farci “indossare” l’Italia, forse il vino può fare ancora di più—ma deve imparare a dirlo in modo diverso.

Vino al calice oppure in bottiglie più piccole?

Ripensare i formati delle bottiglie: un’opportunità mancata per il vino (specialmente nell’HORECA)

Nel mondo del vino, l’attenzione alle tendenze di consumo si concentra spesso su stili enologici, territori, packaging o sostenibilità ambientale. Tuttavia, c’è un elemento altrettanto cruciale eppure sistematicamente trascurato: il formato della bottiglia. Si continua a proporre quasi esclusivamente la classica 0,75 litri come standard universale, ma il mercato – e soprattutto i consumatori più giovani – suggeriscono che qualcosa non stia più funzionando. È tempo di un ripensamento strategico dei formati, non solo estetico ma di marketing.

1. L’inquietante immobilismo di un settore conservatore

Da decenni, la bottiglia da 0,75 litri domina il mercato: è legata a tradizioni storiche e pratiche commerciali consolidate. Tuttavia, i dati recenti mostrano che la domanda di formati alternativi sta crescendo, soprattutto per esigenze di consumo fuori casa e per rispondere ai modelli di consumo più fluidi.

Sul fronte della distribuzione moderna, il formato 0,75 litri rappresenta ancora oltre l’80% delle vendite in volume, ma segnala un declino anche in mercati tradizionali come quello italiano. In parallelo, formati più piccoli stanno guadagnando rilevanza: negli ultimi anni le confezioni da volume ridotto (come quelle da 0,20–0,25 litri) hanno registrato significative crescite percentuali, anche se da una base molto piccola.

Questo scollamento tra offerta standardizzata e domanda emergente ha implicazioni profonde soprattutto nei segmenti dinamici come l’HORECA, dove la scelta del formato influisce direttamente sulla decisione di acquisto al ristorante, bar e wine bar.

Il problema non è che il 0,75 litri non funzioni più, ma che assorbe tutta l’offerta, impedendo ai consumatori di scegliere il formato più adatto all’occasione. Dove esiste scelta, emerge una domanda latente per volumi diversi.


2. Il comportamento dei consumatori e le nuove dinamiche di consumo

La società contemporanea vede consumatori che bevono meno vino nel complesso, ma desiderano più varietà, esperienze diverse e porzioni più adattabili alle occasioni. Trend salutistici, desiderio di moderazione e aumento della consapevolezza ambientale influenzano fortemente le scelte di acquisto.

In questo scenario, i modelli di porzionamento da 0,25 litri – già comuni nel mondo delle bevande come birra e acqua – offrono:

  • Una singola porzione per un bicchiere e mezzo circa: ideale per il consumo on the go, i pranzi di lavoro o i giovani consumatori che non vogliono impegnarsi in una bottiglia da 0,75 litri.
  • Riduzione dello spreco quando si assaggiano vini diversi, soprattutto nei locali con offerte di degustazione o “flight” di vini.

Allo stesso modo, il formato da 0,50 litri funziona perfettamente per una coppia che vuole condividere più di un calice ciascuno senza dover acquistare un’altra bottiglia standard; oppure per gruppi di 3-4 persone che vogliono assaggiare due etichette diverse senza eccesso. E infine, il formato da 1 litro risponde a situazioni ancora più conviviali: gruppi che non vogliono limitarsi a un’unica bottiglia da 0,75 litri ma non desiderano necessariamente l’eccesso di un magnum. Su Reddit e tra i wine lover esiste già un dibattito attivo proprio su questi potenziali benefici percepiti dal formato da 1 litro nei locali.


3. Oltre il litro: come percepiamo i grandi formati?

I formati come 1,5 litri (magnum) hanno un’aura romantica molto forte, soprattutto per i collezionisti e le occasioni speciali. Tuttavia, la pratica racconta che tali formati – pur ricercati per motivi estetici o per l’invecchiamento – nella maggior parte dei casi non sono venduti come prodotto di consumo quotidiano, ma piuttosto come oggetti da regalo o pezzi da collezione nelle cantine prestigiose.

Le grandi bottiglie sono spesso protagoniste nei millesimi importanti, nelle degustazioni verticali o nelle celebrazioni di lusso, ma il loro ruolo rimane di nicchia e non rappresentano una risposta alle esigenze del target horeca o dei consumatori moderni.


4. Il caso dell’HORECA: perché i formati contano davvero

Nel canale horeca, il formato della bottiglia non è soltanto una questione di volume, ma di:

  • Esperienza al tavolo: i clienti vogliono flessibilità, non costrizioni.
  • Gestione della carta dei vini: formati più adattabili permettono una rotazione più dinamica delle etichette.
  • Percezione del prezzo/qualità: porzioni più piccole possono abbassare la barriera di ingresso per provare vini di fascia alta.
  • Riduzione degli sprechi: meno residui di bottiglie aperte, più soddisfazione del cliente.

Attualmente, molte offerte horeca si basano ancora su 0,75 e occasionalmente su 0,375 o 1,5, senza considerare formati intermedi ideali per le nuove esigenze di consumo. In altre categorie di bevande come acqua e soft drink, i formati da 0,50 e 0,33 litri sono già la norma nei locali perché rispondono alle aspettative del cliente moderno.


5. Qualcosa si muove: esempi di formati alternativi nel vino

Non è tutto immobile. Alcune realtà più innovative, soprattutto al di fuori dell’Italia, stanno sperimentando formati diversi. I produttori di vino naturale o più orientati all’esperienza consumatore – ad esempio in ambienti come Australia, Stati Uniti o Austria – stanno proponendo bottiglie da 0,5 e 1 litro con successo crescente.

In Italia, casi come quelli di alcune cantine come Kante e Radikon che, in passato, hanno adottato mezzi litri e litri con collo stretto per tappi più piccoli e minore impatto del sughero dimostrano che l’idea non è teoricamente nuova, ma non è mai stata adottata in modo strutturale. La sfida resta quella di convincere operatori horeca, cooperative e grandi denominazioni a superare l’inerzia storica.


6. Formati come leva strategica: una sfida per le Denominazioni

In un mercato che esige innovazione e adattabilità, le Denominazioni di origine e i grandi consorzi potrebbero giocare un ruolo chiave. Non si tratta solo di creare micro-etichette, ma di ripensare la distribuzione, la logistica, la percezione del valore e la comunicazione dei formati. Paesi come Francia e Australia non hanno paura di proporre formati minori o “alternative packagings”, e c’è già segnale di trend in crescita in certi segmenti della domanda.


7. La domanda finale (scomoda) per il settore

A questo punto vale la pena porsi una domanda semplice, ma raramente affrontata dal settore: cosa succede ai consumi quando il cliente è costretto a scegliere il “meno peggio” invece del formato ideale?
Quando una coppia rinuncia alla bottiglia e si limita a due calici, quando un gruppo di amici si “fa bastare” una 0,75 perché l’alternativa è un magnum eccessivo, o quando si rinuncia del tutto al secondo vino per non eccedere, non siamo di fronte a una scelta consapevole di moderazione, ma a un adattamento forzato dell’offerta. In questi casi il formato non guida il consumo: lo frena. Ripensare i volumi significa allora non spingere a bere di più, ma permettere di bere meglio, in modo più coerente con l’occasione, evitando che la riduzione dei consumi passi semplicemente attraverso una riduzione delle opportunità.


Conclusione: verso formati più fluidi e orientati al mercato

Il vino non può più ignorare le dinamiche di consumo contemporanee. Che si tratti di un millennial attento a porzioni più piccole, un cliente horeca che desidera varietà senza sprechi oppure di giovani della Generazione Z che vogliono avvicinarsi al vino scegliendo una bottiglia e non una lattina o un bag-in-box, passando per il moderno concetto di convivialità – tutto indica che il formato conta tanto quanto il contenuto.

Invece di difendere ad oltranza la tradizione della bottiglia da 0,75 litri, il settore dovrebbe considerare formati come 0,25, 0,50 e 1 litro non come “alternative da nicchia”, ma come leve di marketing strategiche per stimolare la prova, aumentare la rotazione e rinvigorire il consumo nel canale horeca e oltre. È tempo di ripensare la bottiglia come uno strumento di consumo, non solo un contenitore storico.

Vino, RTD, cocktails

Innovare il vino per la Gen Z: una nuova grammatica liquida


Nel cuore del cambiamento culturale che sta attraversando il mondo delle bevande, il vino si trova oggi davanti a un bivio storico: continuare a parlare solo con i codici del passato (sebbene l’abbiano reso celebre) o reinventare la propria grammatica per entrare nel lessico quotidiano della Gen Z, dei nuovi foodies e dei consumatori del futuro prossimo.

Non si tratta di abbandonare le radici, ma di riconoscere che le occasioni di consumo si stanno profondamente trasformando, e che molte situazioni un tempo dominio esclusivo del vino – come l’aperitivo, la cena in ristoranti casual o la convivialità da divano – sono ora condivise con cocktail, RTD, bevande no/low alcol e infusi esperienziali.


1. Un calo che non è solo economico: il vino non parla (più) la lingua dei nuovi consumatori

Troppo spesso si legge che i giovani bevono meno vino per motivi economici. In parte è vero, ma sarebbe miope ridurre tutto a questo. Quello che emerge da studi di settore, panel qualitativi e tendenze internazionali da alcuni anni (cfr. La Repubblica, “Succhi come il vino”) è ben più profondo: la Gen Z vuole prodotti con una funzione, che li rappresentino a livello estetico, etico e gustativo.

Il vino, nella sua forma più classica, è percepito come statico, poco accessibile e distante dal linguaggio visivo, sensoriale e valoriale dei consumatori più giovani. Ma quando reinterpretato, miscelato o “ibridato” in chiave moderna, può tornare a essere protagonista.


2. Esempi reali di innovazione: il vino che si mischia, si veste, si racconta

Come analista ed esperto del settore vinicolo, ritengo che le aziende che avranno successo nel futuro non saranno solo quelle capaci di conservare il passato, ma soprattutto quelle che avranno l’abilità e le competenze per innovare, anche nei segmenti medio alti. Aziende che sanno coniugare lo studio dei mercati, i trend di consumo, la scienza sensoriale e il design del gusto per creare nuovi archetipi di bevande a base vino, capaci di incontrare le esigenze dei nuovi consumatori senza tradire l’identità del prodotto vitivinicolo.

Ecco alcune direttrici concrete, con esempi reali:


Wine-based mixables: cocktail ready-to-drink a base vino

Sono cocktail pre-dosati (RTD) a base di vino superpremium e botaniche selezionate. In mercati più maturi, come UK e USA, stanno già emergendo nuovi formati che combinano la struttura del vino con la freschezza e immediatezza del cocktail.

Fever-Tree x Maison Mirabeau – Rosé Spritz
Un esempio di co-branding intelligente, dove il savoir-faire provenzale del rosé di Maison Mirabeau (uno dei brand leader di Provenza) incontra la mixology premium di Fever-Tree. Il risultato è un Rosé Spritz elegante, profumato e agrumato, pensato per essere consumato in bottiglia o su ghiaccio, perfetto per i rooftop bar, i brunch urbani e le serate in terrazza. Lanciato nel 2023, ha trovato un riscontro positivo nel Regno Unito tra i consumatori che cercano praticità senza rinunciare alla qualità.
👉 Key insight: unisce qualità percepita, riconoscibilità del vino, e appeal cocktail in un formato pratico e instagrammabile.

Ramona Wine Spritz (USA)
Un brand nato proprio per reinventare il vino per i giovani adulti. Nato dall’intuizione dell’esperta di vino Jordan Salcito, Ramona è un marchio 100% pensato per le nuove generazioni: spritz in lattina a base di vino biologico italiano, succo di agrumi e zero zuccheri aggiunti. Il packaging è coloratissimo e pop, mentre la comunicazione è inclusiva e gender-neutral.
👉 Key insight: parla il linguaggio visivo e salutistico della Gen Z, con una proposta concreta e coerente, ancorata alla qualità dell’uva.


Ibridazione sensoriale: vini “funzionali” con twist botanico

Si tratta di prodotti a base vino con elementi “funzionali”, bassi alcolici, botaniche, o infusi naturali. Per intercettare il trend del benessere, l’ibridazione tra vino e ingredienti naturali può creare nuove categorie ibride, tra la bevanda da relax e quella da meditazione.

Jukes Cordialities (UK)
Anche se non tecnicamente a base vino, Jukes si posiziona come “l’alternativa sofisticata al vino”. Si tratta di blend analcolici artigianali a base di aceto di mele, spezie, frutta ed erbe. Vengono diluiti con acqua o soda e serviti in calice da vino.
👉 Key insight: intercetta la ritualità del vino (versare, degustare, abbinare), ma con un approccio mindful, analcolico e innovativo. Segnala che il vino deve aprirsi a nuove funzionalità d’uso.

Le Spritz by Canella (Italia)
Una rivisitazione fresca del classico spritz, dove il vino frizzante incontra agrumi DOP e bitter, con basso tenore alcolico e alto potenziale di consumo casual. Canella è riuscita a trasformare il suo know-how nel Bellini in una gamma moderna di aperitivi ready-to-drink.
👉 Key insight: si può creare valore con prodotti divertenti, ma di qualità, sfruttando la reputazione vinicola.


Cocktail a base vino nella ristorazione contemporanea

Qui il potenziale è ancora inespresso, ma si vedono già esempi. Sempre più locali, in particolare wine bar urbani e ristoranti bistronomici, stanno inserendo cocktail creativi con base vino come alternative o pairing veri e propri.

Americano Bianco
Un cocktail secco e rinfrescante a base di vino Trebbiano infuso con erbe mediterranee, bitter artigianale e soda. Viene servito come aperitivo in alternativa allo Spritz, con maggiore complessità aromatica.
👉 Key insight: dimostra che i vitigni locali possono diventare base di cocktail d’autore, mantenendo la filiera e valorizzando il territorio.

Negroni Chinato – presente in vari cocktail bar italiani
Rivisitazione del Negroni, dove il vermouth è sostituito da Barolo Chinato, per un tocco speziato e strutturato. Ottimo con salumi e formaggi, si presta a essere servito anche in pairing da degustazione.
👉 Key insight: il vino può entrare nei cocktail come elemento nobile e narrativo, non solo come sostituto economico.


Co-branding e lifestyle: quando il vino diventa oggetto culturale

Quando il vino incontra design, moda o musica: il packaging, il contesto e la narrazione sono cruciali per creare desiderabilità presso un pubblico più giovane.

Côtes de Roses x L’Oréal
Un’operazione mirata in Francia: la bottiglia disegnata da Gérard Bertrand, con il fondo a forma di rosa, è stata abbinata a campagne social con influencer beauty e brand cosmetici. Un co-marketing non legato al cocktail ma simbolico, per valorizzare l’estetica oltre che il contenuto.
👉 Key insight: il vino entra nel lifestyle e diventa simbolo estetico prima ancora che degustativo.


3. Conclusione: osare con metodo, progettare con visione

La strada è aperta, e alcuni player “illuminati” stanno già percorrendola. Ma servono progetti pensati non come deviazioni low-cost dal vino tradizionale, bensì come nuove espressioni del vino stesso, evoluzioni contemporanee della sua capacità di emozionare, unire, sorprendere. Il futuro di almeno una parte del vino, quindi, dipenderà dalla capacità dei produttori, degli enologi e dei brand manager di non opporsi alle nuove occasioni di consumo, ma di progettarle. Questo significa:

  • Riconoscere che l’aperitivo lungo, il consumo informale, la ricerca di leggerezza e immediatezza non sono nemici del vino – sono semplicemente nuovi contesti da presidiare, con i vini “tradizionali” o con l’innovazione.
  • Sviluppare nuove categorie ibride con l’enologia come base, e la mixology come linguaggio.
  • Investire in formati, design, naming e storytelling capaci di emozionare anche fuori dalle rotte classiche del sommelier.

📌 La domanda non è più: “come riportare i giovani al vino?” ma: “quale vino parla davvero ai giovani, oggi?”

Conoscete gli hard seltzer?

Gli Hard Seltzer sono una tipologia di bevanda alcolica contenente acqua gassata, alcool e spesso aromi di frutta. Prodotti con un processo di fermentazione a freddo e naturale in modo simile alla birra tradizionale, i gli Hard Seltzer sono in genere fermentati con zucchero anziché con malto d’orzo. Ne risulta una bevanda alcolica a basso contenuto di zuccheri e carboidrati con una gradazione alcolica gestibile (in media circa il 5%) che la rende la bevanda ideale e versatile per diversi momenti, da un giorno in spiaggia a una serata in città.

Negli USA il leader di mercato è indubbiamente White Claw, marchio che ha trasceso la sua concorrenza diventando sinonimo di Hard Seltzer (un po’ come lo Skotch per gli adesivi o il Martini per il Vermuth). White Claw (di proprietà di Mark Anthony Brands) oggi pesa circa il 50% di un mercato in forte crescita (oltre 550 milioni di US$ con una previsione di superare i 2 miliardi nel 2021), proponendo seltzer in sei gusti: amarena, pompelmo, lime , lampone , mango e “puro”.

Alcuni esempi di Hard Seltzer

Cosa c’entra col vino?


Gli Hard Seltzer, per il loro minore contenuto di zuccheri e calorie, vengono spesso promozionati negli USA come l’alternativa “più sana” alla birra. Tuttavia da pochi mesi è entrato in commercio Four Loko, un nuovo brand all’interno del già affollato mercato degli seltzer. La lattina lo pubblicizza come il “seltzer più duro dell’universo”, cosa che potrebbe benissimo essere: la bevanda contiene il 14% di alcol in volume, quasi tre volte di più rispetto ai principali seltzer alcolici come White Claw.

Quindi, oltre alla birra, gli Hard Selzer potrebbero iniziare a fare concorrenza al vino? In realtà già lo fanno, almeno indirettamente. Non solo perché Constellation Brands, il più grande gruppo vinicolo mondiale, ha appena rilasciato un suo prodotto sotto il marchio della birra Corona.

Secondo una recente analisi di Wine Intelligence, il 55% dei bevitori di vino regolari degli Stati Uniti, in alcune occasioni passano dal vino alla birra o alla fiorente categoria degli Hard Seltzer, mentre il 46% si rivolge alla vodka e il 45% consuma whisk(e)y invece del vino.

Queste bevande alternative che stanno sostituendo il vino, sembrano almeno in superficie essere molto diverse tra loro e sicuramente non possono essere considerate dei sostituti omogenei. In che modo l’Hard Seltzer può essere considerato dai consumatori un’alternativa al vino?

La novità sta nella nozione di pluralità. In linea con i cambiamenti sociali, i consumatori non si definiscono più “una persona whisky” ma si considerano “un po’ tutto”. Sempre di più, infatti, i consumatori nei mercati maturi hanno la probabilità di iniziare la serata con un bicchiere di spumante, passare a un cocktail prima di cena e poi magari godersi un bicchiere di vino, piuttosto che attenersi a una sola scelta in ogni occasione.

Pertanto, stiamo assistendo a un carosello sempre più diversificato di portafogli di bevande consumate occasionalmente, che in alcuni casi assomigliano un po’ al vino, in altri alla birra o agli spirits, come gli stessi Hard eltzer così popolari tra i consumatori più giovani. In pratica, stiamo assistendo alla crescita della tendenza a bere un po’ di questo e un po’ di quello, a seconda di dove, quando e con chi sei.

Liberalizziamo le can…?

Ho più volte scritto che il trend del vino in lattina non è solo una questione di nicchia negli USA.

Mentre noi in Italia stiamo ancora a discutere di tappi alternativi o a vite, di bag-in-box o bottiglie da 0.187, continuando a fare ironia sul Tavernello, intere fasce di consumatori nei mercati dove vogliamo e dobbiamo essere maggiormente presenti sono già oltre. E lo sono acquistando vini da 10-15$ al litro.


Leggo oggi che Union Wine Company, produttore dell’Oregon con il marchio Underwood (che ebbi modo di assaggiare a ProWein già lo scorso anno) ha iniziato a sponsorizzare le squadre di calcio di Portland, producendo lattine di vino con i colori sociali, allo scopo di sostituire almeno in parte la birra tra i tifosi. Un altro esempio di prodotto->target->occasione di consumo.

La scorsa estate in California si è tenuto il primo concorso per vini in lattina, International Canned Wine Competition, cui hanno partecipato 50 aziende con 200 vini (anche dall’Italia).

I vini premiati nella categoria Packaging

Se il vino in lattina non sarà un sostituto dei segmenti alti dell’offerta, molti produttori “mee-too” di fascia intermedia dovrebbero chiedersi se questo formato di packaging può essere una soluzione per raggiungere quelle fasce di consumatori oggi non interessate.

Ricordiamoci che il vino in lattina si aggiunge al mercato esistente e non cannibalizza le vendite di vino in bottiglia, grazie ad una serie di driver di mercato ben specifici:

  • Praticità
  • Capacità di estendere le occasioni di consumo (vedi assistere alla partita)
  • Sostenibilità / Risparmio sui costi
  • Aspetto visivo / Branding (grazie alle possibilità di design e personalizzazione)

La lattina, ove ha successo, viene utilizzata per vendere vini equivalenti a quelli in bottiglia, non succedanei di fondi di vasca come ormai accade per molte bollicine entry-level che vogliono vivere nell’ombra del successo commerciale del Prosecco. Come già accaduto con altri packaging alternativi (vedi la chiusura a vite), per molti consumatori non deve cambiare la qualità ma si deve soddisfare un diverso bisogno. Who can try?

Va bene “green”, ma adesso stiamo esagerando!

In un recente articolo del Corriere Economia si evidenziava come la sostenibilità in senso lato stia diventando un tema forte nel marketing del vino, riprendendo alcuni risultati delle analisi di Wine Intelligence sulle diverse tipologie di vini non convenzionali pubblicate nel report “Global SOLA 2019”.

Come Wine Intelligence nello stesso report abbiamo inoltre previsto un aumento dell’interesse per i vini vegani in diversi mercati

Ora, se è vero che il vino sta seguendo un trend iniziato già da anni nel cibo e in altri prodotti di largo consumo, mi chiedo se non si debba guardare con una certa preoccupazione alcuni esempi di marketing per evitare di cadere nella ridondanza e, diciamolo, nel patetico.

Guardate questa etichetta di un detergente per i piatti.

Va bene la plastica riciclata così come il ridotto impatto ambientale. Va bene il biodegradabile vegetale da fonti rinnovabili.

MA IL VEGANO NO! Perché un concentrato per i piatti deve essere vegano? Dobbiamo temere che possa lasciare residui sulle stoviglie che i vegani non tollererebbero eticamente? Non basta sciacquare bene i piatti quando si lavano??

Oggi si brinda… con il té

Sono un appassionato di té nero. In realtà sono un maniaco dell’English Tea fin da piccolo, quando mia zia Irma che viveva a Manchester mi mandava bustine e foglie per il mio regolare consumo a colazione e a merenda, rigorosamente con un cucchiaino di latte. Uso il kettle per scaldare l’acqua sul fornello (che orrore il bollitore elettrico!), la teiera giusta, etc.

Ogni volta che vado a Londra in vacanza o per qualche riunione a Wine Intelligence ne faccio scorta (se non l’ho già comprato on-line) e, spesso, non mi faccio mancare una tazza di tè in un locale, ad es. da Fortnum&Mason a Piccadilly (mio pusher preferito).

Cosa c’entra con il vino?

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Ho assaggiato il vino in lattina e non mi è dispiaciuto.

ProWein 2018 a Düsseldorf. Uno dei momenti liberi durante le tre giornate che ho passato tra lo stand di Wine Intelligence e appuntamenti vari. Facendo base nel padiglione del Nuovo Mondo, quale miglior occasione per poter assaggiare i vini dell’Oregon? La regione che, a mio avviso, è la più interessante fuori Europa per la produzione di Pinot Nero (in particolare nella Willamette Valley) e che oggi vede crescere anche vitigni bianchi quali Pinot Gris, Grüner Veltliner e lo stesso Chardonnay, con profili ben centrati nel trasmettere la provenienza da zona fredda.

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Come sarà il 2018 vinicolo?

A fine 2017 Wine Intelligence ha pubblicato un articolo in cui si proponeva di prevedere i cinque fenomeni che probabilmente caratterizzeranno l’anno che ci attende.

Alla luce di quanto esposto, nei primi mesi dell’anno cercherò verificare direttamente sul campo quale impatto avranno questi trend sul settore vinicolo italiano.

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Bisogna imparare dalla birra?

Che la birra abbia imparato molto dal vino è indubbio. Dietro al successo di molti micro-birrifici o alla birra artigianale in genere c’è di sicuro un trend che vede coinvolti i consumatori, soprattutto giovani, verso prodotti considerati non industriali o scontati, con alle spalle spesso una storia legata a qualcuno che si è messo in gioco, magari ha lasciato altri impieghi per dedicarsi alla produzione di vino o birra, magari con materie prime biologiche o naturali in genere.

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